Stamattina 8 miliardi di persone si sono svegliate volendo essere te. Tu ti sei svegliato vergognandoti.
Martedì sera un Paese intero si è seduto davanti alla televisione e ha guardato undici ragazzi in maglia azzurra perdere ai rigori contro la Bosnia. Per la terza volta di fila, l’Italia non andrà ai Mondiali. E da due giorni il tuo feed è un cimitero di meme, insulti a Gravina e variazioni creative sul tema “questo Paese è finito.”
Questo Paese non è finito. Questo Paese è il posto più invidiato della Terra. E il fatto che tu non te ne renda conto è contemporaneamente il tuo problema più grande e la tua arma segreta.
Ti racconto una storia di casa mia.
Nel 1944, gli Alleati bombardano Maranello. Un paesino di contadini in mezzo alla pianura padana. Mortacci loro. La fabbrica di Enzo Ferrari, trasferita lì da Modena appena un anno prima, viene ridotta in macerie. Non resta quasi niente.
Ferrari ha un figlio adolescente malato, una guerra che non finisce e un mucchio di calcinacci dove prima c’era il suo sogno. La risposta razionale sarebbe arrendersi. Lui invece ricostruisce. E tra quelle macerie decide che da lì, da quel buco di diciassettemila anime circondato da campi di grano, costruirà le automobili più desiderate del pianeta.
Oggi Ferrari vale circa 60 miliardi di dollari in borsa. Produce quasi quattordicimila auto l’anno. General Motors ne produce sei milioni e vale meno. Ford ne produce oltre quattro milioni e vale meno. Un paesino ai piedi dell’Appennino ha generato più valore di Detroit intera. E non l’ha fatto con la tecnologia, con i fondi di investimento o con un piano strategico uscito da Harvard. L’ha fatto con la testardaggine feroce di un emiliano che si è rifiutato di accettare che il mondo avesse limiti.
Questa è l’Italia. Non quella di Gravina. Quella vera.
E non è solo Ferrari. Senti questi numeri, perché nessuno te li dice. Io non invento cazzate come Farinetti quando sproloquiava dell’Italia inventando numeri a caso.
L’Italia è la seconda potenza manifatturiera d’Europa. La seconda. Dopo la Germania e davanti alla Francia, alla Spagna, a tutti gli altri. Un Paese di sessanta milioni di persone con un PIL manifatturiero che i giapponesi studiano.
A Bologna e dintorni c’è un distretto di aziende che producono macchine per il packaging. Non è sexy, lo so. Non finisce sui giornali. Ma quel distretto lì fornisce il 70% delle macchine per imballaggio del mondo. Del mondo intero.
Quando apri una scatola di cereali a Tokyo, una confezione di aspirine a New York, un pacchetto di pasta a Lagos, la macchina che l’ha confezionato è quasi certamente nata in un capannone tra Modena e Imola. Gestita da un signore che parla in dialetto e a mezzogiorno mangia le tagliatelle che gli porta la moglie.
A Belluno ci sono quindici aziende che producono il 70% degli occhiali di tutto il pianeta. Quindici. In una valle di montagna dove d’inverno fa meno dieci. Luxottica è nata lì, in un garage. Ray-Ban, Oakley, Prada Eyewear, Chanel Eyewear, Armani Eyewear: li fanno tutti lì. In una valle delle Dolomiti. Non a Shanghai, non nella Silicon Valley. A Belluno.
A Sassuolo, dove sono nato, quarantunomila abitanti in provincia di Modena, produciamo più piastrelle in ceramica di qualsiasi altro luogo sulla Terra. Le abbiamo inventate noi. Fino agli anni Cinquanta in tutto il mondo un pavimento decente era un lusso per pochi. Poi un pugno di sassolesi ha deciso che anche il resto del pianeta meritava di camminare su qualcosa di meglio della terra battuta o su assi di legno grezze e bitorzolute come gli yankee.
A Montebelluna, trentunomila anime nel Trevigiano, producono il 75% degli scarponi da sci del mondo. Nordica, Tecnica, Scarpa. Tutti da lì.
Queste non sono aziende. Sono miracoli economici travestiti da capannoni in zona industriale.
E se pensi che sia solo roba del Nord, non hai mai guardato una cartina.
A Napoli, sulla Riviera di Chiaia, c’è un negozio di venti metri quadrati che apre alle sei e mezza di mattina dal 1914. Si chiama E. Marinella. Produce centocinquanta cravatte al giorno, fatte a mano, sette pieghe, seta stampata in Inghilterra in esclusiva. Le portano Obama, Re Carlo d’Inghilterra, il Principe Alberto di Monaco.
Quando Cossiga era Presidente della Repubblica, regalava una scatola di cravatte Marinella a ogni capo di stato che incontrava. Al G7 di Napoli del 1994 ne diedero sei a testa a tutti i leader del mondo libero. Quattro cravatte Marinella sono esposte al MoMA di New York come oggetti iconici del design mondiale. Da un buco di venti metri quadrati a Chiaia. Con il fatturato per metro quadrato tra i più alti del pianeta. Non da Milano. Non da San Francisco. Da Napoli.
Matera fino al 1948 era la vergogna d’Italia. Togliatti la chiamò così dal Parlamento. De Gasperi visitò i Sassi e ordinò lo sfollamento: la gente viveva nelle grotte insieme agli animali, i bambini morivano di malaria. Settant’anni dopo, Matera è Capitale Europea della Cultura. I Sassi sono patrimonio UNESCO.
I turisti da tutto il mondo fanno la fila per dormire nelle stesse grotte da cui i nostri nonni furono cacciati per disperazione. Nessun altro Paese al mondo ha trasformato la sua vergogna più grande in un motivo di pellegrinaggio internazionale. Solo noi.
In Puglia, Vito Pertosa ha fondato il Gruppo Angel da Monopoli. Oggi le sue aziende producono tecnologia per il settore ferroviario, aerospaziale, cybersecurity e intelligenza artificiale, e sono leader mondiali nelle loro nicchie. Da Monopoli. Non da Stoccolma, non da Tel Aviv. Da un paese sulla costa adriatica dove la sera la gente si siede fuori a mangiare le orecchiette.
A Catania, STMicroelectronics è uno dei più grandi produttori di semiconduttori d’Europa. I chip che fanno funzionare la tua auto, il tuo telefono, i macchinari industriali di mezzo mondo, escono da una fabbrica ai piedi dell’Etna. Sotto un vulcano attivo. Perché evidentemente noi per fare le cose abbiamo bisogno di una difficoltà in più, altrimenti ci annoiamo.
L’arte della pizza napoletana è patrimonio immateriale dell’umanità dal 2017. L’UNESCO l’ha certificato: il gesto del pizzaiuolo napoletano è patrimonio dell’umanità intera. Non la pizza. Il gesto. Le mani. Il modo in cui un uomo di Forcella o dei Quartieri Spagnoli lavora l’impasto è considerato dall’ONU un bene da proteggere come le piramidi e la Grande Muraglia. Ci rendiamo conto?
E poi c’è il cibo.
L’Italia ha 890 prodotti DOP e IGP registrati. Ottocentonovanta. Il sistema di protezione e certificazione alimentare più grande e più complesso mai costruito da un singolo Paese nella storia. Non parlo di “buona cucina.”
Parlo di un sistema di posizionamento costruito in secoli che nessuna nazione sulla Terra è riuscita a replicare. Il Parmigiano Reggiano ha regole di produzione codificate dal 1200. Ottocento anni prima che qualcuno inventasse la parola “branding,” un consorzio di casari emiliani aveva già capito che proteggere l’origine, il metodo e il nome significava proteggere il valore per sempre.
Gli americani con i loro MBA non riescono a capire come sia possibile. I cinesi ci provano e falliscono. I francesi, i cugini che pensano di saperla loro, ci si avvicinano e si fermano a 700 prodotti. E ce la puppano. Noi siamo primi. Come sempre. Senza nemmeno rendercene conto.
E poi c’è quello che nessun numero riesce a misurare.
C’è un Paese che ha 61 siti UNESCO, più di qualunque altra nazione sulla Terra. Più della Cina, che ha un miliardo e quattrocento milioni di abitanti. Più della Francia, della Spagna, della Germania. Un Paese grande come l’Arizona ha più patrimonio culturale dell’intero continente americano.
Poi c’è un ragazzino di Caldogno, provincia di Vicenza, undicimila abitanti, che sbaglia un rigore nella finale dei Mondiali del 1994 e invece di sparire dalla faccia della terra diventa il simbolo mondiale della resilienza. Roberto Baggio non ha vinto quel Mondiale. Ha perso nel modo più devastante possibile, davanti a due miliardi di persone.
E il mondo non l’ha dimenticato per la sconfitta. L’ha amato per come si è rialzato. Per quel codino. Per quegli occhi pieni di lacrime che non chiedevano scusa a nessuno. Per le stagioni magnifiche che sono venute dopo, con le ginocchia distrutte e il cuore intatto. Il mondo intero sa chi è Baggio. Con tutto il rispetto possibile, quanti giocatori bosniaci conosce il mondo?
E Napoli. Napoli che nel 1984 era una città in ginocchio, senza speranza, derisa dal resto d’Italia. Poi arriva un ragazzino argentino coi capelli ricci e in sette anni trasforma il San Paolo nel tempio del calcio mondiale. Maradona non ha scelto Napoli per caso. Ha scelto Napoli perché solo Napoli poteva capirlo. E Napoli ha scelto lui perché solo lui poteva dar voce a un’intera città che il mondo aveva dato per morta. Quell’abbraccio tra un genio e una città è una cosa che non si studia a Harvard. Si sente e basta.
C’è un Paese dove un ragazzo di Molvena, provincia di Vicenza (quelli del Veneto non si fermano mai), fonda un’azienda di abbigliamento tecnico per motociclisti nel 1972. Si chiama Lino Dainese. Ancora oggi Dainese nonostante le recenti difficoltà protegge i piloti di MotoGP, gli astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale e gli sciatori di Coppa del Mondo. Da Molvena. Non da Houston. Da Molvena.
E c’è un signore di Pianoro, diciottomila anime sulle colline bolognesi, che nel 1974 lascia il posto fisso da capo officina e nel suo garage comincia a costruire la sua prima astucciatrice. Si chiama Massimo Marchesini. Oggi Marchesini Group fattura quasi 600 milioni di euro, ha tremila dipendenti e le sue macchine confezionano i farmaci della Pfizer, della Novartis, della Johnson & Johnson in 116 Paesi del mondo.
Se stasera prendi una pastiglia per il mal di testa in qualsiasi angolo del pianeta, c’è una buona possibilità che la macchina che l’ha messa nel blister sia partita dalle colline di Bologna.
C’è un Paese dove la parola “arrangiarsi” non ha traduzione in nessuna altra lingua, perché nessun’altra cultura al mondo ha dovuto inventare un concetto per descrivere la capacità di costruire qualcosa dal niente, con le risorse sbagliate, nel momento sbagliato, contro ogni previsione ragionevole.
A Stanford la chiamano “Italian ingenuity” e ci fanno i paper accademici. Noi la chiamamo “vabbè, vediamo che si riesce a fare” e ci costruiamo distretti industriali da miliardi di euro.
C’è un Paese dove il design non è una professione. È un modo di respirare. Dove un falegname di Meda produce sedie che finiscono al MoMA di New York. Dove un fabbro di Lumezzane fa rubinetti che i tedeschi copiano. Dove un artigiano di Firenze lavora il cuoio con le stesse tecniche del Quattrocento e il risultato finisce nelle boutique di Madison Avenue a tremila dollari al pezzo. I tedeschi fanno cose perfette. Noi facciamo cose che ti fermano il cuore.
E nel mercato, chi ferma il cuore vince sempre su chi ferma il cronometro.
Sai qual è la differenza tra noi e il resto del mondo?
Che tutto questo, tutto, l’abbiamo costruito nonostante noi stessi.
Nonostante la burocrazia più demenziale del mondo sviluppato. Nonostante una classe politica che farebbe ridere se non facesse piangere. Nonostante un fisco che ti punisce quando provi a crescere. Nonostante un sistema bancario che ti chiede la garanzia della casa per prestarti i soldi che servono a comprare la fotocopiatrice. Nonostante vent’anni di crescita zero. Nonostante Gravina.
Il Giappone è diventato grande perché aveva un sistema perfetto. La Germania è diventata grande perché aveva un piano. Gli Stati Uniti sono diventati grandi perché avevano le risorse. L’Italia è diventata grande nonostante non avesse niente di tutto questo. E questo la rende, a conti fatti, il Paese più straordinario di tutti.
Perché il talento che funziona solo quando tutto è a posto non è talento. È fortuna. Il talento vero è quello che tira fuori Ferrari dalle macerie di Maranello, Luxottica da una valle alpina, e il Parmigiano da una forma di latte che fermenta per trentasei mesi in una cantina umida dell’Appennino.
Adesso torniamo a te.
Tu hai tutto questo nel sangue. La creatività. L’arte di arrangiarti. La capacità di costruire relazioni che i tuoi concorrenti stranieri non capiranno mai. L’istinto per il bello, per il dettaglio, per la cosa fatta bene. Hai un vantaggio competitivo che non si compra, non si copia e non si insegna.
E lo stai sprecando.
Lo sprechi perché gestisci la tua azienda come Gravina gestisce la FIGC. Perché hai il prodotto migliore del tuo concorrente tedesco ma non sai raccontarlo. Perché hai una relazione con i tuoi clienti che il tuo concorrente americano si sogna ma non la sistematizzi. Perché hai un’intuizione imprenditoriale che vale oro ma non la traduci in un processo che funziona anche quando tu non ci sei.
L’Italia non ha un problema di talento. Ha un problema di sistema. I capannoni della via Emilia producono le migliori macchine del mondo. Ma il sistema intorno, la burocrazia, la formazione, il credito, la mentalità del “abbiamo sempre fatto così,” li frena ogni giorno.
La tua azienda è uguale. Il talento c’è. Il sistema no.
E il sistema lo puoi costruire tu. Non devi aspettare Gravina, non devi aspettare il governo, non devi aspettare che cambi il mercato.
Il mercato è già tuo.
Il mondo intero vuole
comprare italiano
mangiare italiano
vestire italiano
guidare italiano
vivere italiano
essere italiano
Devi solo smettere di gestire quel vantaggio come un’improvvisazione e cominciare a gestirlo come un’impresa.
Roberto Baggio ha sbagliato quel rigore nel ‘94. Poi è tornato in campo con le ginocchia a pezzi e ha fatto le stagioni più belle della sua carriera. Non perché il sistema lo ha aiutato. La Federazione gli ha voltato le spalle, gli allenatori l’hanno messo in panchina, i giornali l’hanno dato per finito più volte.
È tornato perché aveva il talento e si è costruito il suo sistema. Da solo. Con le risorse sbagliate, nel momento sbagliato, contro ogni previsione ragionevole. Come facciamo noi.
Martedì sera abbiamo perso ai rigori. Di nuovo. E fa male. Ma il mondo si è svegliato e continua a voler essere italiano. Continua a sognare le nostre macchine, i nostri vestiti, il nostro cibo, le nostre città, il nostro modo di vivere. Continua a cercare quel qualcosa che noi abbiamo e che non riesce a replicare.
L’unica domanda è: tu, quel vantaggio, lo usi o lo lasci marcire come il calcio?
Perché il calcio è solo un gioco. La tua azienda no.
E il mondo non aspetta che tu convochi il consiglio federale. Il mondo sta già comprando. La domanda è se compra da te o dal tuo concorrente che ha capito prima di te che essere italiano è il posizionamento più potente che esiste.
Se stasera quando chiudi il telefono ti senti un po' meno sconfitto di martedì, questo pezzo ha fatto il suo lavoro. Se ti è tornata in mente una cosa della tua azienda che vale più di quanto pensi, ancora meglio.
Adesso prendilo e mandalo a un altro imprenditore italiano che martedì sera ha guardato quella partita e il giorno dopo si è svegliato pensando che questo Paese non funziona. Perché qualcuno deve dirglielo che gli italiani funzionano eccome. È il calcio che non funziona. E la differenza tra le due cose è la differenza tra Gravina e Ferrari.
Noi siamo Ferrari. Non siamo Gravina.
Basta ricordarselo.
PS: Se stai leggendo questo pezzo perché qualcuno te l'ha girato e non sei ancora iscritto alla newsletter, stai vedendo solo la punta dell'iceberg. Ogni settimana mando ai miei iscritti strumenti, analisi e materiali operativi per trasformare il talento italiano che hai dentro in un sistema che produce risultati. Gratis. Perché un Paese di gente che non sa quanto vale è uno spreco che non posso più guardare. Iscriviti qui sotto e comincia a giocare come Ferrari, non come la Nazionale. E aspettati subito un regalo nella tua casella di posta.



Amen
Dato che oggi, 2 aprile, si ricorda l'autismo, direi di mettere come esempio anche PizzAut, il cui fondatore/ideatore Nico è di esempio in tutta Italia e iniziano a venire anche dall'estero.
E sempre complimenti che non mi stancherò mai di farteli