Dainese è risorta. E i becchini hanno letto me e Al Ries meglio dei manager
(Atto IV, V e VI della tragedia. Con un colpo di scena che nessun giornale ha visto)
Vi ricordate quando, un anno fa, su queste pagine, vi ho raccontato la tragedia di Dainese in tre atti?
Il pezzo si chiamava:
In sintesi il genio del giovane Lino Dainese che nel 1972 fonda una categoria dal nulla, l’elastico che comincia ad allungarsi, i fondi che lo tirano fino a snervarlo, tre bilanci consecutivi in perdita e il gran finale con il passaggio ai creditori per un euro nell’estate del 2025.
Molti lo lessero come un necrologio. Non lo era: chiudevo scrivendo che Dainese non era morta, e che la domanda vera era una sola: i nuovi proprietari sapranno sottrarre invece di aggiungere?
Oggi la risposta è arrivata. E vi anticipo che non è quella che vi aspettereste da due fondi.
Prima però una parentesi che mi sono tenuto per un anno. All’epoca qualcuno ai piani alti del gruppo Dainese mi scrisse su LinkedIn, piccato, rimbrottandomi per l’eccessiva severità del giudizio: che non capivo la complessità, che la stampa esagerava, che i piani c’erano eccome.
Ho risposto con garbo e ho aspettato. I fatti, purtroppo per loro, sembrano essersi schierati dalla mia parte con un certo entusiasmo. Non so dirvi se quei signori siedano ancora alle stesse scrivanie. Me lo auguro sinceramente, e non per cortesia: l’azienda produce il miglior equipaggiamento protettivo del mondo, e sarebbe un’ironia crudele se l’unica caduta da cui non protegge fosse quella dall’organigramma.
Molti altri invece mi hanno scritto:
“Frank, sei stato profetico.”
No. Non sono stato profetico. Ho solo applicato le leggi del posizionamento a un caso in cui erano state violate tutte, una per una, con la diligenza di uno studente modello che copia i compiti al contrario. Quando violi le leggi immutabili del marketing, il risultato non è imprevedibile. È in ritardo. Prima o poi arriva, come una cartella esattoriale.
Mettetevi comodi. Si riapre il sipario.
Atto IV: Il funerale che non c’è stato
A fine gennaio 2026, arrivato il nulla osta dell’antitrust europeo, l’operazione annunciata a fine ottobre 2025 si è chiusa ufficialmente: i due fondi creditori, HPS Investment Partners e Arcmont Asset Management, hanno rilevato il 100% delle azioni e dei diritti di voto di Dainese.
E qui fermiamoci un secondo su chi sono questi due, perché non è un dettaglio. HPS da luglio 2025 appartiene a BlackRock, il più grande gestore di risparmio del pianeta. Arcmont è una casa londinese che fa capo, attraverso il gruppo Nuveen, a TIAA, il fondo pensione americano nato per gli insegnanti.
Quindi, riepilogando la parabola: l’azienda che vestiva Agostini oggi è di proprietà, in ultima istanza, di BlackRock e dei risparmi pensionistici dei professori americani. Se questo non vi sembra materiale da film, ditemi voi cosa lo è.
I numeri della ristrutturazione: indebitamento finanziario tagliato di oltre 190 milioni di euro. Restano circa 142 milioni di obbligazioni senior garantite con scadenza 2030 e una linea di credito rinegoziata a 45 milioni con Intesa Sanpaolo, UniCredit e Bank of America.
I nuovi soci hanno inoltre iniettato 30 milioni di capitale fresco, che si aggiungono al bond ponte da 25 milioni sottoscritto già a luglio, mentre la nave imbarcava acqua.
Tradotto dal finanziarese: hanno svuotato la stiva per impedirle di affondare. Adesso la nave galleggia. Resta da capire se qualcuno a bordo sa dove andare.
Intermezzo: il conto dell’obitorio, versione definitiva
Un anno fa scrissi “da 630 milioni a un euro”. Frase vera, e persino generosa. Perché adesso che i documenti sono tutti sul tavolo, il conto si può fare per intero, ed è peggio.
Carlyle nel 2022 pagò Dainese 630 milioni, di cui circa 345 di capitale proprio e il resto a debito. Quei 345 milioni sono andati in fumo. Interamente. Sommateci gli oltre 190 milioni di crediti cancellati dai fondi e le perdite operative accumulate nel frattempo, 185 milioni in tre bilanci (22 nel 2022, 43 nel 2023, 120 nel 2024), e la distruzione di valore supera il mezzo miliardo di euro in meno di quattro anni. Soldi bruciati con la stufa accesa e le finestre spalancate.
E qui arriva la frase che nei quotidiani economici non troverete, perché per scriverla serve una lente che nelle redazioni non hanno: non è il debito che ha ucciso Dainese. È il contrario.
La versione da bar è: il private equity carica l’azienda di debiti, i debiti la strangolano, fine. Comoda, semplice, sbagliata. La catena causale vera è questa. Comprare a 630 milioni un’azienda caricandola di bond era una scommessa sostenibile a una sola condizione: che l’azienda mantenesse il potere di prezzo. E il potere di prezzo di Dainese veniva da una cosa sola, la parola che possedeva nella testa del motociclista dal 1972: protezione.
Chi possiede una parola non tratta sul prezzo. Detta il prezzo.
Poi la parola è stata diluita in dieci mercati:
sci,
mountain bike,
equitazione,
vela,
la linea lifestyle col cognome in fronte.
Ogni allungamento dell’elastico ha eroso un pezzetto di quella percezione, con la percezione se n’è andato il potere di prezzo, senza potere di prezzo i margini, e senza margini il debito è passato da leva a cappio.
Il debito non ha distrutto il posizionamento. La distruzione del posizionamento ha reso il debito letale.
Gordon Gekko diceva che l’avidità è giusta. Può darsi. Ma l’avidità a leva funziona solo se il sottostante possiede una parola in testa al cliente. Se il sottostante è un supermercato di categorie senza un motivo per esistere, la leva non amplifica i profitti. Amplifica il funerale.
Atto V: I becchini aprono il libro
E adesso il colpo di scena. Perché quello che i nuovi proprietari e l’amministratore delegato Angel Sánchez hanno messo nero su bianco nei primi mesi del 2026 è, punto per punto, la prescrizione che chiunque abbia letto Al Ries avrebbe scritto. Anzi, che io ho scritto, un anno fa, gratis.
Il piano è quinquennale, e Sánchez lo ha raccontato alla stampa di settore americana in aprile con una chiarezza che vale più di tre lauree in Bocconi: il focus è la moto, i marchi chiave sono due, Dainese e AGV. E sul canale, parole sue: i negozi diretti servono per conoscere il cliente e presentare il marchio, “ma non è questa la via per crescere. La via per crescere sono i partner wholesale.”
Fermi tutti. Rileggete.
Un’azienda che per dieci anni ha risposto “sì” a ogni mercato, ogni categoria, ogni canale, oggi dichiara pubblicamente cosa NON è la strada.
I negozi monomarca, ex motore della crescita a tutti i costi, declassati a sensori per capire il consumatore.
È la legge del sacrificio, quella che a Molvena era considerata roba da deboli, riscritta nel piano industriale dai creditori. Metti la cera, togli la cera: hanno passato dieci anni a mettere. Adesso il maestro Miyagi con la cravatta di BlackRock ha spiegato che era il momento di togliere.
E sul prodotto: tre innovazioni definite “dirompenti” in arrivo, più un nuovo prodotto AGV per la pista di cui Sánchez ha detto ai giornalisti, parole sue, “se vi dicessi cos’è, poi dovrei uccidervi”.
Dopo anni di negozi e linee lifestyle, il segreto industriale è tornato a essere un casco. Bentornati a casa.
La ciliegina è un’altra dichiarazione di Sánchez, che va gustata lentamente: essere comprati dai fondi “è stata la cosa migliore che ci potesse capitare”. Capito?
Ci sono voluti due cambi di proprietà, oltre mezzo miliardo di valore distrutto e un salvataggio coi soldi delle pensioni americane per arrivare a una strategia che stava scritta, gratis, in un libro di trent’anni fa.
I creditori hanno letto Al Ries. I manager che costavano milioni all’anno e che mi rimbrottavano su LinkedIn, no.
Lasciate che questa frase vi rovini il pranzo.
Atto VI: Perché non è ancora finita
E qui, se fossi un giornalista, chiuderei con “il futuro dirà se il rilancio funzionerà”. Ma io non sono un giornalista, sono Frank Merenda… e quindi vi dico esattamente dove questo piano può rompersi. Due punti. Il secondo non l’ha visto nessuno.
Primo: “moto” non è una parola. È un settore. Rimettere il focus sulla moto è la mossa giusta a metà. Nella testa del cliente non si possiede un settore, si possiede una parola, e la parola di Dainese era “protezione”.
Il paradosso atroce è che l’arma per riprendersela ce l’hanno in casa da trent’anni: l’airbag. Dainese ha inventato la categoria della protezione attiva: progetto partito nel 1995, primo prototipo esploso in pista nel 2000, versione racing in vendita dal 2011.
Ma D-air è rimasto un nome di prodotto, un codice a barre, non il nome di una categoria. E mentre chi l’aveva inventata si distraeva con le tute da sci, Alpinestars con Tech-Air si è seduta nello stesso spazio mentale senza pagare il biglietto.
Lo stesso Sánchez ha ammesso il dato che dovrebbe togliere il sonno a Molvena: meno del 2% dei motociclisti stradali indossa un airbag.
Signori, quella non è una debolezza. È una categoria vergine al 98%, inventata da voi, ancora senza un padrone dichiarato.
Chi crea una categoria e non la battezza sta facendo ricerca e sviluppo per il concorrente.
Un produttore di giacche compete con il Vietnam e con Amazon. Il proprietario della categoria “airbag per motociclisti” non compete con nessuno. Se il piano quinquennale non contiene questa mossa, tra cinque anni saremo qui a scrivere l’Atto VII, solo con meno debito.
Secondo, la bomba a orologeria che ticchetta nell’assetto societario. Un anno fa vi ho raccontato che AGV era stata la mossa giusta di Lino: il casco con un nome suo, la legge dei fratelli eseguita alla lettera.
Quella legge però ha una clausola: funziona finché i fratelli non mangiano nello stesso piatto. Ebbene, Arcmont, uno dei due nuovi proprietari di Dainese e quindi di AGV, controlla anche Schuberth.
Per chi non mastica caschi: Schuberth è il produttore tedesco di Magdeburgo che mette il casco in testa a Verstappen in Formula 1 e lo metteva a Schumacher. E fa caschi da moto. Un concorrente diretto di AGV.
Riflettete su cosa significa. La configurazione da manuale del disastro, due marchi concorrenti sotto lo stesso padrone, non sta più dentro l’azienda: si è formata un piano più in alto, nel portafoglio dell’azionista.
Prima o poi qualcuno in un consiglio di amministrazione pronuncerà la parola “sinergie”, e quel giorno sapremo se la lezione da mezzo miliardo è servita o se stiamo per vedere il remake. Perché nei mercati delle percezioni vale la regola di Highlander: ne resterà soltanto uno. L’altro diventerà un mucchio di scorte in un magazzino di Francoforte.
Segnatevi la data di questo articolo. Ci risentiamo qui quando succede.
La parte che riguarda te, che un’azienda ce l’hai davvero
Tu non hai 630 milioni, non hai BlackRock alle spalle e soprattutto non hai nessuno che ti inietta 30 milioni di capitale fresco quando sbagli. E proprio per questo il caso Dainese ti riguarda più di quanto riguardi loro.
La lezione non è “i fondi sono cattivi”. I fondi sono un acceleratore, come il debito, come le assunzioni, come il capannone nuovo. E gli acceleratori hanno una proprietà che nessun commercialista ti spiegherà mai: amplificano quello che c’è. Non aggiungono quello che manca.
Se la tua azienda possiede una parola nella testa del cliente, la leva è un moltiplicatore: ogni euro investito torna con gli interessi, perché il posizionamento fa da garanzia. Se la tua azienda non possiede niente e compete su assortimento, disponibilità e “qualità” generica, la leva è una condanna con data di scadenza, e la data coincide con il primo anno in cui i consumi calano.
E adesso guardati allo specchio, perché la versione in scala del disastro di Molvena la vedo ogni settimana nelle aziende italiane. L’imprenditore che apre la seconda linea di prodotto “per sfruttare la struttura”.
Che aggiunge un servizio scollegato “perché me lo chiedono i clienti”.
Che compra il capannone più grande prima di avere una parola da difendere. Sta facendo esattamente quello che hanno fatto a Molvena dal 2014 in poi, in scala uno a mille.
Con una differenza sostanziale: quando la struttura salta, per lui non arriva nessun fondo pensione americano. Arriva la banca. E la banca non fa debt to equity swap con la tua ditta individuale. Fa un’altra cosa, che inizia per “e” e finisce per “secuzione immobiliare”.
Il focus non è una teoria per le multinazionali. È l’unica polizza assicurativa che un piccolo imprenditore può permettersi. E ha una caratteristica unica tra le polizze: più la usi, più ti paga.
Dainese ha impiegato dodici anni e mezzo miliardo per riscoprirlo. Tu hai appena impiegato dieci minuti.
Direi che il caffè te lo sei ripagato.
PS: Conosci un imprenditore che sta “diversificando per sfruttare la struttura”? Girargli questo articolo costa meno che andare al suo fallimento con il vassoio di paste. Condividilo.
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In realtà il moto airbag l’ha inventato ben prima del 1995 una piccola startup italiana che si chiamava Bips e oggi si chiama motoairbag…
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