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Avatar di Raniero Albanesi

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Spoiler (...quelli col flauto)

Ero un chitarrista da adolescente, ed ero bravo. Poi ho ascoltato Eric Clapton nei Cream e ho pensato che non avrei mai potuto raggiungere il suo livello. Così ho mollato la chitarra elettrica per un paio d’anni. Ho venduto la mia Fender Stratocaster per comprare un paio di microfoni, ma poi notai sul muro del negozio di strumenti musicali un flauto. Dissi: “voglio uno di quelli!”. Venne spontaneo riferirmi a uno strumento che sembrava così portatile. Ho iniziato nell’estate del ’67 che non sapevo fare neanche una nota, ma non appena capii come fare, e cioè molti mesi dopo andai piuttosto spedito e l’anno successivo suonavo. Diventò un tratto distintivo della band: “i Jethro Tull sono quelli col flauto”, si diceva, e questo servì per imporci rispetto ai soliti con la chitarra elettrica in evidenza. E del resto io trattavo il flauto come un chitarrista rock tratta il suo strumento, con i riff, gli assolo e movenze particolari. Imparai poi la tecnica di cantare e parlare dentro il flauto, in modo da ottenere un suono più aggressivo, ispirandomi al sassofonista Roland Kirk _ Ian Anderson (Jethro Tull)

Avatar di Damiano

Non credo che questo articolo affronti l’argomento con oggettività: nelle parole scelte sento molto rancore. È comunque una posizione rispettabile, sia chiaro. Quello che però mi dispiace è vedere come articoli di questo tipo ignorino del tutto un aspetto fondamentale: il diritto di un artista di sperimentare, di cercare qualcosa di più vicino ai propri interessi, senza per forza inseguire miliardi. Ci sono album che all’inizio hanno avuto scarso successo ma col tempo sono diventati iconici. Questa ossessione per i numeri, per gli incassi, per gli streaming o i biglietti venduti, non fa bene né alla musica né a chi la crea

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